Recensione Nuovissimo Testamento, Giulio Cavalli

Memorie di una rivoluzione sentimentale.

In uno stato in cui è proibito provare qualsivoglia emozione, un gruppo di cittadini comprende la reale natura delle cose, dando vita ad una rivoluzione che smaschera un’agghiacciante retroscena segreto.


di The Secret Bookreader

Nuovissimo Testamento, di G. Cavalli, Fandango Libri, € 19

Bentornati sul blog, lettori. Il libro di cui vi parlo oggi rientra nei soliti miei canoni di lettura, nella mia confort-zone abituale. Sto parlando di un romanzo davvero potente, fuori dagli schemi: Nuovissimo Testamento, di Giulio Cavalli. Quella di Nuovissimo Testamento è una penna visionaria ed estremamente attuale che di recente ha ottenuto una candidatura al Premio Strega 2021. Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo.

TRAMA

Il romanzo prende piede dalla vicenda di un uomo, Fausto Albini, il quale in un giorno qualunque, mentre è intento a disegnare un cerchio sulla spiaggia, improvvisamente avverte un malore. Albini viene ricoverato d’urgenza nel reparto Disturbi Affettivi dell’ospedale di DF, città capitale dello stato di A. Il sistema amministrativo della città è davvero particolare: si tratta di una democrazia apparente all’interno della quale vige una severa regolamentazione che limita quasi tutti gli aspetti individuali della quotidianità: i cittadini di DF non hanno alcuna libertà di scelta, interagiscono esclusivamente con pochissimi contatti ristretti, sono sottoposti ad una turnazione coniugale che prevede un susseguirsi in pochi mesi di diversi partner, sono suddivisi in più classi sociali divise per livello di appartenenza, seguono un rigidissimo piano alimentare emanato settimanalmente dal governo ma, cosa più sorprendente, sono privati di qualunque forma di emozione e di empatia. Fausto Albini nel reparto Disturbi Affettivi conosce altri pazienti che come lui soffrono del disturbo di rotondità sentimentale: Manlio Cuzzocrea, Andrea Razzone e Angelo Siani. Quando Fausto Albini prende coscienza della propria condizione, ovvero quella di poter provare una minima parvenza di empatia e sentimentalità, assieme alla nuova organizzazione criminale creatasi su iniziativa del gruppo di cui egli stesso fa parte, le Brigate sentimentali, dà il via ad una rivoluzione ai danni del capo di stato Bussoli al fine di poter contrastare l’annichilimento emotivo perpetrato dal Governo e ripristinare così un «nuovissimo testamento» in contrasto con la repressione totalitaria. Gli sviluppi del romanzo porteranno ad una vera e propria indagine sugli agghiaccianti retroscena della dittatura. Nella sua estrema chiarezza il finale di Nuovissimo Testamento smaschera l’essenza più infima dell’essere umano, portando alla luce una verità agghiacciante ed un destino ultimo assolutamente inaspettato e spiazzante.

Cosa ne penso?

Per citare il filosofo Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione, quello che avviene nel romanzo di Cavalli è un vero e proprio disvelamento della realtà sensibile. I personaggi sono offuscati dal velo delle apparenze; per loro la realtà è sostanzialmente snaturata e privata della sua vera essenza dal momento che essi non possono usufruire di uno strumento conoscitivo per certi versi apparentemente futile ma al contempo molto importante: l’emotività. La sentimentalità è un bene che a DF spetta solo ad una cerchia ristrettissima di pochi eletti: di fatti nel retroscena del romanzo si fa menzione di un vaccino impiegato poter annientare l’emotività dell’individuo e garantire così un totale controllo della popolazione da parte di un governo oligarchico. Il punto chiave del romanzo subentra nel momento in cui i protagonisti prendono coscienza della loro apparente diversità: per una ragione sconosciuta hanno iniziato a manifestare la propria emotività, scoprendo sentimenti come l’empatia, scoperchiando al contempo una crudele verità via via sempre più manifesta: DF è un vero e proprio stato totalitario, in cui vige forte dittatura interna che ha come obiettivo il controllo della società attraverso il completo assoggettamento dell’emotività e del sentimento. L’obiettivo del gruppo criminale, che diviene così il reale protagonista del romanzo, è dunque riportare la comunità ad un vero e proprio Stato di natura precedente, caratterizzato dalla libertà di parola e pensiero ma soprattutto dalla libertà di poter esprimere la propria sentimentalità. In quest’ottica Cavalli costruisce un tagliente affresco antropologico che ha come tema cardine l’oppressione ideologica del totalitarismo e del pensiero univoco, analizzando in maniera sagace la natura dell’individuo, deformato da un’apparente disturbo inesistente, frutto della repressione e dell’indottrinamento: l’empatia. Il risultato è un romanzo distopico costruito in maniera sapiente e in grado di fornire un’analisi ben definita di una società apparentemente ideale ma al contempo pericolosamente vicina a quella odierna. Attraverso uno stile estremamente incalzante che scorre come un fiume impervio, il racconto porta alle estreme conseguenze l’idealtipo di una società messa a dura prova, che paradossalmente diventa succube della propria libertà di espressione, in primo momento tanto acclamata e successivamente causa stessa di un ritorno alla condizione primaria: quella di un popolo che accetta l’imposizione del totalitarismo e si fa schiavo del pensiero univoco. Nuovissimo testamento è un romanzo adatto a chi ricerca un racconto deciso, tagliente, che nulla ha da invidiare a grandi autori di romanzi distopici come Hunxley, Bradbury e Orwell.

Un ringraziamento all’ufficio stampa di Fandango Libri per la copia del romanzo.

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie per averlo letto. A presto con tantissime altre novità qui e sul Blog.

Recensione The Good Lord Bird, James McBride

«The Good Lord Bird, la storia di John Brown»

Negli Stati Uniti prossimi all’avvento della secessione, l’abolizionista John Brown guida verso la libertà il popolo soggiogato dalla schiavitù.


di The Secret Bookreader

The Good Lord Bird, la storia di John Brown, di J. McBride, Fazi Editore, € 18.50

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di una lettura fuori dai miei canoni che sorprendentemente si è rivelata una scoperta formidabile, unica nel suo genere. Sto parlando di The Good Lord Bird, di James McBride. Un romanzo difficile da catalogare, dai toni comici in stile western, ma al contempo drammatici e di formazione. Un’opera letteraria dalla quale è stata una fortunata miniserie televisiva di enorme successo in onda su Sky Atlantic. Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

L’intera vicenda prende piede dal presunto ritrovamento di un manoscritto in una chiesa locale di Wilmington, in Delaware. In tale documento viene riportata la dubbia testimonianza di un giovane schiavo nero al seguito dell’abolizionista John Brown. La voce del romanzo è, infatti, proprio quella di Henry Shackleford, un giovane al servizio dei bianchi. Nel 1856, ad Osawatomie, una cittadina del Kansas, il giovane Henry, a seguito di un violento scontro a fuoco in una taverna nel quale perde improvvisamente il padre, viene prelevato dal Capitano Brown che, per equivoco, lo scambia per una ragazzina, chiamandolo Henrietta e soprannominandolo Cipollina. Henry, scombussolato da questa sua nuova e bizzarra identità, parte alla volta dell’esercito del Capitano Brown, deciso a porre fine al giogo della schiavitù dei neri d’America. Le avventurose vicende del celebre (e soprattutto temutissimo) Brown vengono narrate dal punto di vista del giovane Henry, che nel frattempo inizia a prendere confidenza con la sua nuova identità. Nell’opera, all’interno della quale si alternano momenti comici e accadimenti drammatici, si susseguono alcuni dei maggiori eventi storici del periodo immediatamente precedente alla guerra di secessione americana, della quale Brown sembra essere uno dei primissimi fautori. Sul finire del romanzo, uno spartiacque cruciale della lotta antischiavista è certamente il raid attuato presso l’armeria della cittadina di Harper’s Ferry, nel quale Brown subisce una grave sconfitta che porterà alla sua condanna nel dicembre del 1859. The Good Lord Bird è un romanzo incalzante e intenso, un mix ben costruito di vicende perlopiù reali che pongono le loro radici nell’autorevolezza della storia. Un vero e proprio inno alla memoria di colui il quale ha gettato solide basi per l’avvento dell’abolizionismo, alle sue imprese, alla sua lotta contro uno dei più duri regimi di schiavitù della storia contemporanea, narrato attraverso una giovane voce dall’animo scaltro, simpaticamente fedele.

[…] E là in alto, sopra la chiesa, molto, molto in alto, uno strano uccello bianco e nero volava in tondo per cercare un albero dove posarsi, un albero malato, credo, così poi lui ci andava sopra e incominciava a darsi da fare, finché non arrivava il giorno che quell’albero lì cadeva per terra e nutriva gli altri.

Cosa ne penso?

The Good Lord Bird è un romanzo straordinario, che nel suo umorismo atipico, getta luce su un preciso spaccato di storia profondamente drammatico. Le vicende vissute in prima persona da Henry hanno del comico: sono narrate con uno stile molto libero, puro, tipico di una mente giovane. Eppure sono vicende in qualche maniera realistiche, descritte con una vena farsesca, che diviene il costante fil rouge del romanzo. La voce narrante, oltre che diretta spettatrice delle avventurose vicende di Brown, è anche in qualche modo la protagonista indiscussa del racconto: alle testimonianze di guerra fa seguito anche una profonda ispezione interiore, caratterizzata da una forte incertezza: di fatti, Henry in qualche modo fa i conti con una nuova identità imposta in maniera forzata; se in un primo momento questa nuova identità è difficile da accettare, col tempo il giovane finisce per apprezzare i vantaggi dell’essere donna in un gruppo di soli uomini in tempi assai duri. La voce del romanzo diviene anche minuziosa descrittrice di un grandioso universo di personaggi, frutto della penna abilmente costruita di McBride. In quest’ottica il romanzo appare come una vera e propria commedia umana all’interno della quale il collante che tiene assieme il tutto è sicuramente il Capitano Brown. La metafora del picchio dal becco d’avorio, uccello sacro agli occhi del Signore, segno di benevolenza e buona sorte, che con la sua persistenza intacca la corteccia di un albero ormai morto per «nutrire gli altri»: è questa la vera raffigurazione ideologica di John Brown, un uomo saggio, uno stratega spietato ma al contempo profondamente umano e caritatevole, caratterizzato da un’estrema fede in Dio, che diviene l’indiscusso promotore dei suoi intenti e delle sue mirabolanti imprese. The Good Lord Bird è un’opera magistrale. Un racconto denso, dai contorni a volte incerti altre reali, steso con uno stile irripetibile. Una nota d’onore va sicuramente all’ottima traduzione in lingua italiana, arricchita di particolari e di spunti linguistici assolutamente azzeccati, vista la complessità del linguaggio originale tipicamente popolaresco. Un romanzo consigliato a chi vuole immergersi nelle atmosfere western tipiche delle praterie americane di fine Ottocento. Il resoconto di una vicenda storica che, seppur romanzata, diviene un vero e proprio capolavoro colmo di una sconfinata e vitale umanità.

Un ringraziamento all’ufficio stampa di Fazi Editore per la copia del romanzo.

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie per averlo letto! A presto con tante altre novità qui sul Blog e su Instagram!

Recensione La biblioteca di Parigi, Janet Skeslien Charles

Nella magica ville lumière, i libri diventano un prezioso faro luminoso nella notte più buia.

Un romanzo che diventa nella sua profondità un’ode all’amore universale per i libri durante il «secolo rosso».


di The Secret Bookreader

La biblioteca di Parigi, di J. S. Charles, Garzanti, € 17.90

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un romanzo davvero particolare, un vero e proprio inno all’amore per i libri e per la lettura, dei veri e propri preziosi tesori da custodire. Sto parlando de La Biblioteca di Parigi, di Janet Skeslien Charles. Pensate che per scrivere il romanzo l’autrice si è ispirata alla storia vera della Biblioteca Americana di Parigi nella quale ha lavorato per diversi anni e alle vite dei bibliotecari eroi della seconda guerra mondiale. Come raccontato nel romanzo, durante gli anni bui della guerra, la biblioteca è stata una finestra aperta sul mondo, ha protetto la lettura e ha assicurato la circolazione di libri anche se al tempo proibita. Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Parigi, 1940. I libri sono la luce. Odile non riesce a distogliere lo sguardo dalle parole che campeggiano sulla facciata della biblioteca e che racchiudono tutto quello in cui crede. Finalmente ha realizzato il suo sogno. Finalmente ha trovato lavoro in uno dei luoghi più antichi e prestigiosi del mondo. In quelle sale hanno camminato Edith Wharton ed Ernest Hemingway. Vi è custodita la letteratura mondiale. Quel motto, però, le suscita anche preoccupazione. Perché una nuova guerra è scoppiata. Perché l’invasione nazista non è più un timore, ma una certezza. Odile sa che nei momenti difficili i templi della cultura sono i primi a essere in pericolo: è lì che i nemici credono che si annidi la ribellione, la disobbedienza, la resistenza. Nei libri ci sono parole e concetti proibiti. E devono essere distrutti. Odile non può permettere che questo accada. Deve salvare quelle pagine, in modo che possano nutrire la mente di chi verrà dopo di lei, come già hanno fatto con la sua. E non solo. La biblioteca è il primo luogo in cui gli ebrei della città provano a nascondersi: cacciati dalle loro case, tra i libri si sentono al sicuro, e Odile vuole difenderli a ogni costo. Anche se questo significa macchiarsi di una colpa che le stritola il cuore. Una colpa che solo lei conosce. Un segreto che, dopo molto tempo, consegna nelle mani della giovane Lily, perché possa capire il peso delle sue scelte e non dimentichi mai il potere dei libri: luce nelle tenebre, spiraglio di speranza nelle avversità.

Cosa ne penso?

Il romanzo si compone di due storie narrate su piani temporali appartenenti a epoche diverse che si intrecciano tra di loro, dando vita ad una narrazione che in maniera quasi magica trascende le leggi dello spazio e del tempo. Un racconto che scorre fluido, un’ode all’amore… quello per i libri, quello fraterno, l’amore romantico e quello affettuoso tra madre e figlia. Odile è una donna che ha già vissuto le sorti della grande guerra sulla sua pelle, ormai non più nel fiore degli anni incontra Lily una giovane ragazza che si affaccia per la prima volta al mondo degli adulti. Due storie distanti negli anni e nelle esperienze vissute che però troveranno grandi affinità e si uniranno in una nuova forma di amore: l’amicizia. Il libro scorre, appassiona, tiene il lettore incollato alle pagine e ogni tanto commuove. Il fiato rimane sempre sospeso per poi però dare spazio a una digressione che rallenta il ritmo per lasciare un po’ di amaro in bocca. Gli avvenimenti cruciali, narrati alla fine del libro, vengono trattati frettolosamente lasciando poco spazio a una introspezione che non viene più valorizzata. Un romanzo che nella sua immensa verità propone una visione universale della lettura e dell’amore per i libri, sicuri baluardi nei momenti più bui e tristi, solcati dalla sofferenza. In quest’ottica il romanzo diviene un invito alla fratellanza e alla comunione fra i popoli in contrasto con le ideologiche fomentate dall’odio, dalla censura, da una visione pericolosamente univoca. Una storia raccontata con sapiente maestria per chi cerca un racconto dal sapore d’altri tempi, intriso suspence e, perchè no, anche di sentimentalismo. Il punto di forza del romanzo è certamente quello di saper raccontare le vite nascoste di coloro i quali la storia l’hanno fatta nel loro piccolo, grazie all’intraprendenza e all’ingegno. Un romanzo consigliato per chiunque ami non solo tuffarsi nelle ambientazioni tipiche della storia contemporanea, ma anche conoscere le vite “altre” che, nel loro apparente anonimato, hanno dato un contributo davvero significativo per il bene della patria.

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Recensione Il libro delle case, Andrea Bajani

L’introspezione di «Io» si fa spazio attraverso le sue case.

Raccontare l’esistenza vissuta all’interno degli spazi vitali che diventano case dell’anima.


di The Secret Bookreader

Il libro delle case, di A. Bajani, Narratori Feltrinelli, € 17

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un romanzo uscito qualche settimana fa. Si tratta di un’opera molto particolare ed emotivamente sentita, organizzata come una piccola raccolta antologica dai tratti autobiografici scritta con uno stile assolutamente tagliente e ricercato. Sto parlando de Il libro delle case di Andrea Bajani. Per saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Il romanzo di Bajani è una lungo percorso dai tratti autobiografici che intercorre tra la fine degli anni settanta e gli inizi del nuovo millennio, fino ad arrivare ai giorni nostri. La particolarità di questo racconto sta nella modalità in cui l’autore mette a fuoco spezzoni di vita, raccontandoli nelle case in cui sono avvenuti. Dal nome stesso del romanzo si intuisce il cardine intorno a cui tutto ruota, la casa, intensa non come semplice abitazione costituita dalle mura domestiche, piuttosto come spettatrice immobile del percorso esistenziale di chi la abita. Il protagonista, che per convenzione prende il nome di «Io», muove i primi passi nella Casa del sottosuolo, intraprende un percorso di maturazione sentimentale nella Casa del sesso, mantiene le proprie relazioni segrete nella Casa dell’adulterio. L’esistenza di Io dunque spazia attraverso un’infinità di case. Case che fanno da riparo sicuro dalla desolazione, come la Casa dei tetti parigina; case che diventano il luogo in cui dare spazio alla propria identità e far sentire la propria voce, come la Casa della radio. La vita di Io percorre anche gli anni salienti della storia italiana recente: sotto gli occhi del protagonista scorrono le immagini dell’assassinio di Aldo Moro, che nel romanzo è colui che risiede nella cosiddetta Casa di Prigioniero, e del drammaturgo e letterato Pier Paolo Pasolini. Il libro delle case è un viaggio attraverso i cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, nelle sue geografie, nelle sue architetture reali così come in quelle interiori, i luoghi da cui veniamo e quelli in cui stiamo vivendo, le palazzine di periferia degli anni sessanta, lo sparo che cambia il corso della storia, e il bacio rubato dietro una tenda. In un romanzo unico per costruzione, poesia e visionarietà, Bajani traccia il grande affresco di un’educazione sentimentale a metri quadri.

Cosa ne penso?

L’intero percorso autobiografico si presenta come un lungo memoir nel quale le case divengono spettatrici fisse della quotidianità che, in una prospettiva a lungo termine, diviene un processo di crescita e maturazione. L’intento del romanzo è certamente rivalutare gli spazi, dar loro nuova vita, degnarli di un nuovo ruolo e cioè quello di esser contenitori di emotività e di empatia. Case variegate, multiformi, case che diventano il palcoscenico di drammi familiari, il luogo in cui si concretizzano occasioni lavorative, in cui «Io» impara a conoscere i propri sentimenti, quelli di Madre, Padre, Nonna, Ragazza vergine. L’intento che muove Bajani a mettere per iscritto la propria esperienza autobiografica attraverso un lungo resoconto è proprio quello di voler portare rispetto alle «case», dimore dell’interiorità di chi le abita in cui avvengono le vicende fondanti della vita. Case che nel romanzo trasmutano la loro prospettiva, divenendo protagoniste inamovibili del percorso sentimentale ed introspettivo di «Io». Sigillo dell’intento programmatico del romanzo diviene così una scrittura fortemente tagliente e schematica, essenziale. Lo stile di Bajani è diretto, non lascia spazio ad alcuna reticenza. Il libro delle case è un romanzo per chi cerca un’esperienza nuova, diversa: un lungo percorso che ha come obiettivo ultimo il racconto di quelle «case» di cui ciascuno si prende cura, dando loro una nuova veste, quasi a voler sottolineare che esse non rappresentano lo sfondo della nostra esperienza sensibile, piuttosto divengono sicure custodi della nostra essenza, della nostra intimità, perchè in fondo «noi siamo anche le nostre case».

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Voci dalla Storia, Ora che eravamo libere

NACHT UND NEBEL, NOTTE E NEBBIA

ORA CHE ERAVAMO LIBERE

Quando oramai l’immane conflitto è al suo termine e il regime nazista sembra essere crollato, per quattro prigionieri politici è ora di compiere l’ultimo passo, quello che aspettavano da più tempo: tornare a casa.


di The Secret Bookreader

Ora che eravamo libere, di H. Roosenburg, Fazi editore, € 18

Nel dicembre del 1941 Adolf Hitler emanò una delle più tremende direttive dell’epoca nazista: si trattava della cosiddetta Nacht und Nebel, letteralmente “notte e nebbia”, per mezzo della quale un gran numero di prigionieri politici provenienti da tutta Europa fu condannato a morte e in attesa dell’esecuzione definitiva imprigionato in pessime condizioni, costretto ai lavori forzati e a vivere di stenti. Durante i processi di Norimberga tale decreto venne dichiarato di stampo criminale e fu uno dei più significativi capi di imputazione contro i gerarchi nazisti. Alla fine del conflitto, il gruppo delle NN (così appunto venivano chiamati i prigionieri politici, NN è l’acronimo per Nacht und Nebel) prese parte all’immenso esodo che dalla Germania partì alla volta dei maggiori Stati europei. Henriette Roosenburg, giornalista olandese, condannata con le altre NN per aver preso parte alla resistenza partigiana, nel suo memoir esamina in maniera diretta questo terribile spaccato di storia che vide come protagonisti migliaia di individui in tutta Europa.

SOPRAVVIVERE PER TESTIMONIARE

L’intenso memoir di Henriette Roosenburg Ora che eravamo libere, raccontato in prima persona dalla giornalista olandese, narra le vicende del lungo viaggio di ritorno di un gruppo di prigionieri politici al seguito della liberazione dal regime nazionalsocialista. La Roosenburg, nel 1944 viene condannata a morte come NN per aver preso parte alla resistenza partigiana olandese e per tale ragione viene imprigionata a Waldheim in Sassonia assieme ad altre prigioniere politiche. Durante la prigionia, durata più di un anno, costretta a compiere tremendi lavori forzati, conosce tre suoi connazionali: due donne, Nell e Joke e un uomo, Dries, quest’ultimo conosciuto a seguito della liberazione da parte dell’esercito russo che avviene nel maggio del 1945. Nella primavera di quell’anno il gruppo dei quattro prigionieri intraprende il lunghissimo tragitto di ritorno verso casa, l’Olanda del Nord, vittima di pesanti bombardamenti e di carestie dilagate nei mesi successivi alla liberazione dei territori dell’Europa del Nord. Il racconto della Roosenburg non lascia spazio a reticenze: è un resoconto schematico, caratterizzato da una penna essenziale ma altrettanto esplicita. È il rendiconto di ciò che la barbarie nazista ha causato per tutta l’Europa centrale e settentrionale, tra città bombardate e ponti distrutti che rendono notevolmente difficoltoso, e a tratti addirittura impossibile, il tragitto che i quattro sono costretti a compiere via terra e via fiume. Il lungo viaggio di ritorno avanza tra momenti di fortuna propensa e battute d’arresto forzate. Gli impedimenti per la strada sono molti: dai russi il cui linguaggio è scarsamente comprensibile ad alcuni nazisti rimasti fedeli alla loro agghiacciante fede. La svolta per il gruppo arriva quando, giunti ad Halle, una cittadina della Sassonia-Anhalt, si prospetta la possibilità di un viaggio aereo verso il Belgio che ridurrebbe significativamente il tragitto da percorrere. E così da Bruxelles, parte l’ultima istanza della loro Odissea. A seguito di non poche difficoltà e impedimenti lungo la strada incerta solcata dalle devastazioni, terminato l’estenuante esodo, in Olanda è tempo di dire addio ai compagni di viaggio che fino a quel momento avevano condiviso un unico ed inesorabile destino, testimoni delle medesime atrocità. Ora che eravamo libere è un memoir intenso e commovente che tratta un aspetto meno noto dell’Olocausto narrando ciò che avvenne una volta terminate le ostilità. Un racconto della memoria, di donne e uomini coraggiosi accomunati dal desiderio di libertà e pace. È il racconto del ritorno a casa di uomini giusti, che resistono alla tentazione dell’odio di ripagare con la stessa moneta gli artefici delle loro sofferenze. Il memoir è anche racconto della solidarietà dei popoli, di una sorta di “social catena” europea dei giusti nei confronti del nemico comune. Sopravvivere per testimoniare al mondo le peggiori atrocità ma allo stesso tempo narrare della bontà e della pietas di altri uomini non influenzati dalle terribili ideologie frutto dell’odio e dell’intolleranza: è questo l’intento che spinge Roosenburg a mettere per iscritto una personale esperienza di vita che diviene testimonianza, possesso per l’umanità.

La lezione che ho imparato è che la gente può restare aggrappata alla vita anche nelle circostanze più atroci purché trovi qualcosa, al di fuori di se stessa, su cui concentrarsi, basta anche un misero pezzetto di stoffa o un busto rosa.

Henriette Roosenburg

Ringraziamo l’ufficio stampa di Fazi Editore la copia del romanzo!

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Recensione Basta un caffè per essere felici, Toshikazu Kawaguchi

La piccola caffetteria giapponese riapre le sue porte.

Nuove storie, stessa semplice regola: non lasciare che il caffè si raffreddi!


di The Secret Bookreader

Basta un caffè per essere felici, di T. Kawaguchi, Garzanti, € 16

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parliamo del sequel di uno dei romanzi che abbiamo apprezzato di più lo scorso anno: Finché il caffè è caldo (se volete recuperare la recensione, premete qui) del celebre autore giapponese Toshikazu Kawaguchi. Basta un caffè per essere felici… il titolo di un libro o un memento da portare sempre con sé? Dire che la felicità risiede nelle piccole cose è forse un po’ ridondante ma per evadere dalla realtà e vivere un viaggio sognante alla ricerca di qualcosa… basta semplicemente un buon libro oppure una tazza ben calda di caffè. Torniamo in Giappone e ci immergiamo nuovamente in un’atmosfera che non è fatta di ciliegi in fiore o spiagge accarezzate dalle onde, ma di una piccola caffetteria, che si trova per di più in un seminterrato e ha pure l’aria di essere un po’ “datata”. Potrebbe sembrare un romanzo senza orizzonti, chiuso tra le quattro mura di una stanza, eppure le storie dei clienti di questo magico bar riescono a trascinare il lettore in un altrove fatto di spiriti e magia. Mettete da parte la vostra razionalità e lasciatevi trasportare dal gusto amaro di una fumante tazza di caffè bollente che però non dovrete mai far raffreddare. Per saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove si può vivere un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gōtaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno un conto in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio. Toshikazu Kawaguchi è diventato un fenomeno internazionale con il suo romanzo d’esordio, Finché il caffè è caldo, che ha venduto oltre un milione di copie in Giappone e in Italia è tuttora in classifica dopo mesi dall’uscita. Ora torna con la sua caffetteria speciale e ci consegna una storia emozionante sulla meraviglia che si nasconde negli imprevisti della vita e nei regali del destino.

Cosa ne penso?

Il suo fratello maggiore, Finché il caffè è caldo, best-seller di fama mondiale, mi aveva conquistato. Un racconto delicato, commuovente e ricco di valori profondi lo aveva reso una lettura piacevole e scorrevole.
Il sequel non delude… continuano le storie, si alternano i personaggi, ma rimane comunque un fil-rouge: i gestori della caffetteria con le loro vite che sembrano quasi scorrere in eterno in un luogo misterioso avvolto da mille leggende, tramandando immutato il sottile alone di mistero che aleggia nel loro piccolo mondo. È una lettura che consiglio a tutte le età e in tutti i momenti della vita… c’è solo un pericolo: immedesimarsi nelle storie dei personaggi e rischiare di essere toccati in alcuni punti scoperti.
Nella delicatezza del racconto tuttavia troverete anche tanti spunti di riflessione e uno stimolo a godervi i momenti della vita giorno per giorno, perché indietro si può tornare bevendo una tazza di caffè fumante, ma il passato non cambia, il nostro presente non muta, e il nostro futuro rimane ancora tutto da scrivere.

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Voci dalla storia, 27 gennaio 2021 GIORNO DELLA MEMORIA

LA SHOAH ITALIANA

OGNUNO ACCANTO ALLA SUA NOTTE

Tre storie che incrociano i loro destini nella capitale ai tempi delle leggi razziali. Un commediografo costretto a vivere nell’ombra, un amore che supera le barriere ideologiche e l’inadeguatezza di una classe dirigente al cospetto di un pericolo imminente: è questo il magistrale affresco storico di Lia Levi.


di The Secret Bookreader

Ognuno accanto alla sua notte, di Lia Levi, Edizioni e/o, € 18


Nella notte fra il 15 e il 16 ottobre 1943, poco prima dell’alba, gran parte della comunità romana di religione ebraica venne prelevata inerme dalle abitazioni del ghetto, nel quartiere del Portico d’Ottavia. Su ordine del generale Herbert Kappler il gruppo fu inviato dalla Gestapo tedesca, coadiuvata dalle autorità nazi-fasciste italiane, ad Auschwitz. Il rastrellamento avvenne di sabato, un giorno festivo per la comunità ebraica, una scelta strategica da parte dei tedeschi in modo tale da poter cogliere impreparate le vittime. In questa notte di terrore e violenza eclatante agli occhi dell’intera Capitale, circa mille persone indifferentemente per età vennero allontanate dalle loro abitazioni, dalla loro quotidianità divenuta assai complessa negli ultimi tempi: di questi, dopo che i tremendi luoghi di sterminio costellati per tutta l’Europa a lungo celati vennero fuori agli occhi dell’opinione pubblica, solo in sedici ritornarono, testimoni delle più efferate atrocità di cui l’uomo si sia mai macchiato.

RACCONTARE LE VITE AI TEMPI DELLE LEGGI RAZZIALI

Nel romanzo di Lia Levi, Ognuno accanto alla sua notte, il 25 luglio 1943, data storicamente decisiva che precede di qualche mese il terribile rastrellamento di ottobre, è lo spartiacque che segna in maniera profonda le vite dei personaggi e delle loro famiglie. Per gli abitanti della Capitale, così come per tutti gli Italiani, questa data è uno spiraglio di luce nell’oscurità: il fascismo è caduto, Mussolini viene preventivamente arrestato, al suo posto adesso subentra il generale Badoglio. Per la comunità ebraica questo rappresenta un segno di speranza: credono che adesso le Leggi razziali possano essere abrogate e che le loro vite, dopo anni di soprusi, intimidazioni ed imparità, possano tornare alla normalità. La comunità però non è ancora preparata al peggio: l’Italia è ancora alleata della Germania, l’armistizio segretamente firmato non è che una goccia che ha fatto traboccare il vaso: nello stesso mese inizia l’occupazione tedesca della penisola. E così nel clima di catastrofe imminente si fanno spazio le vite dei personaggi che costellano il racconto. Tre storie differenti, alcune traggono spunto da vicende autentiche, altre pongono le loro radici nell’incertezza della leggenda. Storie segnate dalle crudeli imposizioni razziali e da un destino ultimo che è già stato scritto. Giulio Limentani, il protagonista del primo racconto, è un commediografo, un uomo di grande cultura: non è padrone della propria arte, per via delle leggi è costretto a pubblicare i propri scritti all’ombra di un prestanome. Egli è costretto a fare i conti con i propri fantasmi quotidiani: la moglie è gravemente malata ed il pentimento per non aver accettato una proposta di tanti anni prima che consentiva a lui e alla sua famiglia di trasferirsi in Canada è sempre più persistente. La seconda storia appartiene a Ferruccio e Colomba: lei di famiglia ebraica, lui figlio di un importante gerarca fascista. Quella di Ferruccio e Colomba è la storia di un amore che supera e va oltre le barriere ideologiche che sono figlie del pregiudizio e dell’avversione. Il terzo racconto, frutto di una penna sapiente, pone l’attenzione sulla classe dirigente ebraica del tempo. Sembra infatti che all’interno della comunità ebraica il pericolo di un’imminente invasione tedesca e di una conseguente deportazione forzata fosse stato enormemente sottovalutato, soprattutto nell’ottica di una presunta denuncia da parte del Pontefice. In questo ultimo spaccato del romanzo, la Levi prersenta la storia di Graziano, un giovane romano che crede fermamente nelle proprie idee politiche, figlio di Vittorio Sabatello figura di spicco della comunità ebraica romana. Questi, ignorando volutamente il figlio lungimirante, ha creduto fin in fondo che la tempesta non sarebbe occorsa, che in qualche modo il legame millenario tra la comunità ebraica e la grande Roma non potesse essere spezzato da un’invasione imminente, e per tale ragione comprende la vera minaccia solo quando i tedeschi, ormai giunti in città, sequestrano la Biblioteca ebraica, portando via un patrimonio estremamente prezioso. Ognuno accanto alla sua notte è un romanzo immenso, steso con sapiente maestria, che narra un crudele spaccato della nostra storia recente, alternando realtà storica e finzione e dando vita ad un coro di voci che ancora oggi tornano a far sentire la loro voce e a sancire ancora una volta la necessità e la rilevanza della memoria del presente, solcato da risvolti incerti e caratterizzato dall’oscura impossibilità di eradicare totalmente le radici dell’odio. Come ultimo passo lasciamo a voi un piccolo estratto del romanzo che in una giornata così significativa sottolinea ancor di più la necessità della rimembranza:

[…] C’è una sola cosa che vorrei aggiungere. Forse credevamo tutti che si raccontasse di ieri, e invece abbiamo parlato di oggi. La memoria non è un imperativo, un obbligo morale. È il pane di cui continuiamo a nutrirci come sempre. Stesse domande, dubbi, oscurità e sprazzi vivificati.

Lia Levi

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Recensione Cuori vuoti, Juli Zeh

Full hands, empty hearts, it’s a suicide world.

Due soci, uno studio di counseling alternativo e il ritratto di una società che crolla.


di The Secret Bookreader

Cuori vuoti, di Juli Zeh, Fazi Editore, € 18.50

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un romanzo che ho avuto l’occasione di leggere in anteprima e per questo ringrazio Fazi: si tratta di Cuori vuoti dell’autrice tedesca Juli Zeh, una delle più note scrittrici di letteratura contemporanea in Germania. Cuori vuoti, uno dei suoi ultimi romanzi, è un thriller politico-distopico e, aggiungerei, a tratti anche fortemente psicologico. È un libro intenso ambientato in un futuro prossimo ed è lo specchio di una società fortemente attuale che tratta temi di spicco della nostra contemporaneità. Se vuoi saperne di più su questo romanzo, continua a leggere la recensione!

TRAMA

In Germania, nel 2025 Britta e Babak sono oramai due affermati soci in carriera e gestiscono assieme il “Ponte”, uno studio di counseling alternativo. Si tratta di una pratica di medicina alternativa, un percorso di carattere psicoterapico attraverso il quale, grazie ad un accuratissimo software di ricerca, i due riescono ad intercettare individui inclini al suicidio. Il percorso si suddivide in circa una dozzina di step da superare per poter verificare le effettive tendenze suicide in modo da poter scartare immediatamente chi non è realmente intenzionato da chi vuole perseguire fino in fondo i propri scopi. I più determinati, dopo aver superato questo test in più fasi, hanno così la possibilità di poter prendere parte ad un attentato terroristico e morire per una causa a loro sentita. Secondo Britta l’obiettivo del ponte è mettere fine al cosiddetto fenomeno del terrorismo anarchico, un fenomeno incontrollato che ha portato ad una serie di attentati sregolati per tutta Europa. L’attività del Ponte sembra essere oramai avviata verso il successo se non fosse che un improvviso attentato all’aeroporto di Lipsia mette in allarme i due soci che intercettano così la minaccia di una possibile concorrenza nel loro campo. Cuori vuoti è la crudele ed esplicita rappresentazione di una società instabile, tanto irreale agli occhi del lettore ma altrettanto paurosamente vicina ai contemporanei. Un romanzo che sullo sfondo di vicende agghiaccianti, mette a nudo le fragilità e le falle del regime democratico europeo del secolo presente.

Cosa ne penso?

In un’epoca come la nostra ed in particolare in una contemporaneità segnata da eventi preoccupanti come i recenti tentativi di rovesciare le sorti dello Stato di cui siamo stati testimoni, romanzi come Cuori vuoti arrivano a far sentire la loro voce come a voler sottolineare una persistente preoccupazione, quasi a voler dire “Io vi sto avvisando”. E proprio nell’ottica della riflessione sull’instabilità dei tempi recenti questo romanzo mi ha colpito profondamente per la sua estrema chiarezza e per la sua presunta finzione che, come ho detto in breve nella trama, cela dietro di sé pura realtà. La società di Cuori vuoti è un vero e proprio non-luogo apparentemente irrealizzabile come quelli che si vedono nei grandi romanzi distopici di Orwell e di Hunxley, dove si alternano le vicende di una società idealizzata ma al contempo tristemente reale. Nello scenario di caos sociopolitico con cui si apre il romanzo, lo studio di counseling di Britta e Babak diviene agli occhi del lettore una componente quasi impensabile ed agghiacciante al solo pensiero che possa concretizzarsi nella realtà. Eppure nel corso del romanzo questo primo pugno allo stomaco costituito dal Ponte diviene la normalità, da accettare così com’è e della quale seguire gli sviluppi. Nella seconda parte del romanzo, dopo aver compreso largamente gli sviluppi politici, il contesto e sopratutto l’attività del loro studio di counseling, l’attenzione si focalizza sulla parabola psicologica di Britta, la mente del Ponte. Britta è consapevole di essere parte di un sistema critico, un vero e proprio ufficio di collocamento per potenziali suicidi: sa che ha avuto successo, sa anche che la stabilità della famiglia dipende da lei ma al contempo si sente vuota, vacilla, sa che il suo lavoro non è ciò che desidera fortemente. Il punto di forza del romanzo è dunque lo stretto rapporto tra caratterizzazione psicologica del personaggio principale, su cui si focalizza quasi l’intero romanzo e il susseguirsi incalzante degli eventi, sapientemente legati assieme da una scrittura frenetica ma allo stesso tempo chiara e delineata che porta il lettore a voler terminare il libro il prima possibile. Una concatenazione incalzante di eventi disturbanti ci porta così ad una conclusione assolutamente spiazzante seppur prevedibile di cui non vi dico altro. Cuori vuoti è un romanzo che consiglio fortemente, un romanzo che getta luce sulla costante fragilità della contemporaneità attraverso una trama sviluppata su una storia secondaria che interessa tematiche come il suicido e la sanità mentale e, a ben vedere, più che a intrattenere diviene al contrario un monito: invita il lettore a riflettere sulla costante incertezza del presente e sulla falsa rigidità del regime democratico, che da inamovibile certezza si dimostra un debole baluardo pronto a cadere da un momento all’altro.

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Recensione Il grande me, Anna Giurickovic Dato

Non è il mestiere dei figli essere padri.

Un romanzo che getta luce sulla forza d’animo di chi si appresta ad affrontare una perdita dolorosa, la più importante.


di The Secret Bookreader

Il grande me, di Anna Giurickovic Dato, Fazi Editore, € 18

Bentornati sul blog, cari lettori. Il romanzo di cui vi parlo oggi è davvero particolare e intenso. Non è un libro facile da raccontare… è delicato ma allo stesso tempo destabilizzante. Esistono romanzi sui quali non è possibile dare un giudizio, fornire una critica, su cui non è possibile esitare: sono pezzi di vita, puri, raccontati così come sono accaduti e per questo motivo sono immensi, nella loro estrema e a volte dolorosa verità. È questo il caso de Il grande me di Anna Giurickovic Dato, un romanzo che narra la vera essenza di un amore incondizionato nei confronti di una delle persone più care, scandito da un tempo sempre più infimo, che scorre inesorabile verso una fine imminente, tra ricordi a volte nitidi altre sfocati.

Siamo convinti del fatto che conquisteremo il nostro spazio nel mondo, che ne faremo davvero parte, non solo come comparse. Succede quando abbiamo ancora tutto il nostro tempo davanti e ci convinciamo di avere un dono. Un giorno però, inevitabilmente il resoconto del passato è l’unica cosa che ci resta. […] Riavvolgendo la matassa dei ricordi comprendiamo che avremmo voluto modificare qualcosa e, d’improvviso, scopriamo che non c’è nessun futuro, che persino il presente è fioco, e tutto fa già parte del passato.

TRAMA

Il grande me è la storia di Simone, un uomo ormai prossimo alla fine. I figli, appresa la notizia lo raggiungono a Milano, tentando di sfruttare al meglio il poco tempo a disposizione. È l’inizio per la figlia Carla, voce del romanzo, di un periodo di sofferenza, solcato da un interrogativo profondo: come porre rimedio al tempo inesorabilmente trascorso in mia assenza? Per Simone invece è tempo di tirare le somme della propria esistenza passata. Inizia così un sottile fil rouge che lega i suoi ricordi a partire dall’infanzia: i tempi della giovinezza, il profondo rapporto con la madre, gli anni della scuola e dei concerti con il suo gruppo musicale, gli anni della militanza politica. È il resoconto di una vita caratterizzata da successi, ricordi felici, spensieratezza ma altrettanto solcata da occasioni mancate, strada scartate a favore di altre, e “sogni appena toccati, risultati mai raggiunti”. In un susseguirsi frenetico di alti e bassi, causati dall’avanzare irrimediabile della malattia, viene fuori in maniera improvvisa l’ombra dai contorni incerti di un segreto a lungo taciuto. Il grande me è un libro forte, che parla all’animo del lettore senza paure e senza reticenze, raccontando la storia di una famiglia rivoluzionata dalla notizia di una fine imminente e dalla scoperta di un segreto mai svelato, ma soprattutto la storia di una figlia costretta a fare i conti, ancora molto giovane, con il dolore di una grande perdita.

Cosa ne penso?

Il grande me è un romanzo che ho apprezzato immensamente. È un doloroso resoconto colmo di riflessioni su uno dei lati più bui della propria esistenza, la perdita di una delle persone più care: il padre. Più che di un racconto legato ad una trama si tratta invece di un lungo percorso di interiorizzazione di ciò che il destino ha imposto in maniera inequivocabile nel cammino di vita. Una storia densa, fortemente vitale, che ha come cardine uno dei legami più veritieri e forti dell’essere umano che neanche l’ombra della perdita può spezzare. Veniamo al personaggio centrale del romanzo: Simone vuole a tutti costi lasciare un ultimo simbolo della propria essenza, dare vita ad una parvenza del passato istrionico che lo caratterizzava, nasce così una contrapposizione netta fra passato e presente, fra delirio e lucidità. E proprio dalle sue insicurezze, dalle sue fragilità e dall’incapacità di saper distinguere ciò che è vero da ciò che è frutto dell’immaginazione, si fa spazio un segreto, incredibile agli occhi dei figli che viene sviluppato secondariamente nel corso del romanzo e alla fine viene rivelato in maniera spiazzante, come un fulmine improvviso. Le memorie di vita passata si alternano all’inevitabile sofferenza del presente e proprio per questo motivo sono più vitali che mai, portano con sé una serenità quasi terapeutica per Simone. Questo filo della memoria che viene a intersecarsi con il presente è coronato da una scrittura limpida, frenetica ed essenziale, il vero punto di forza del romanzo: è una penna che non lascia spazio a reticenze, porta a termine in purezza il suo compito: raccontare uno spaccato di vita, ineluttabile, veritiero. Il grande me è un atto di estremo coraggio e forza d’animo nel saper raccontare una vicenda intima, personale, vissuta nel profondo: un’esperienza destabilizzante con la quale ciascuno di noi dovrà confrontarsi nel corso della propria esistenza e in quest’ottica il percorso di interiorizzazione è visto come una sorta di pàthei màtos ovvero conoscenza di sé stessi che è frutto della sofferenza. Immedesimarsi nella voce del romanzo, data la purezza della scrittura, è quindi inevitabile. Il grande me non è un romanzo come altri, è unico nel suo genere, frutto di una verità che sta al di sopra di ogni cosa, di legami che non possono essere spezzati nemmeno dalla morte ma soprattuto è un racconto di redenzione col proprio io interiore offuscato dai fantasmi del passato che inevitabilmente ciascuno porta dentro di sé. È un romanzo che consiglio vivamente, che pagina dopo pagina porta il lettore ad immedesimarsi sempre di più. Una storia da leggere per comprendere il vero significato dell’amore nei confronti di una presenza infinitamente importante e del vuoto incolmabile che la sua assenza lascia dietro di noi.

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Recensione Vardø Dopo la tempesta, Kiran Millwood Hargrave

Donne che risorgono dalla burrasca.

Quando il mare restituisce ciò che ha portato via, è ora di rimboccarsi le maniche e darsi da fare.


di The Secret Bookreader

Vardø. Dopo la tempesta, di K. M. Hargrave, Neri Pozza editore, € 18

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un romanzo davvero eccezionale. Come spesso succede, ci imbattiamo in libri che dal titolo esprimono già tutto ciò che hanno da raccontare. Romanzi che alle prime righe mettono in guardia: avvisano che le pagine successive saranno molto difficili da mandar giù e spetta a noi decidere se abbandonarle o conoscerle nella loro profondità. È certamente questo il caso di Vardø. Dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave, un romanzo estremamente potente, crudo, immenso nella sua agghiacciante verità. Un romanzo che narra un triste spaccato di storia che vede come protagoniste le donne vittime della paura e delle false credenze della superstizione. Se vuoi sapere di più su questo romanzo, continua a leggere l’articolo!

TRAMA

È il 1617, siamo a Vardø in Finnmark, regione della Norvegia nordorientale. Nel giorno della vigilia di Natale di quell’anno una violenta e improvvisa burrasca si abbatte nelle acque del Mare di Barents, non distante da questo piccolo borgo di pescatori. Nessuno dei quaranta uomini usciti per mare sui pescherecci fa ritorno a casa: sono stati tutti inghiottiti dal mare. Per giorni non si hanno notizie degli uomini scomparsi, fin quando il mare non inizia a restituire i corpi sulla spiaggia. Vardø rimane così un luogo dove abitano solo donne, non ci sono più mariti, figli, fratelli, ad eccezione dei più piccoli. Inizia così un periodo durissimo per le donne di Vardo private dei loro uomini. Passano i mesi, l’inverno gelido lascia spazio alla soleggiata primavera e alle donne non resta altro che rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Maren Magnusdatter, la protagonista, ha perso il padre e il fratello dopo la tempesta, vive con la madre e con Diina, la moglie del fratello, una lappone. Anche una delle migliori amiche di Maren, Kirsten, è una lappone. Agli occhi delle frequentatrici della kirke, la chiesa locale, la loro presenza è sgradita. Le donne della kirke credono che i lapponi siano legati ai culti demoniaci, che conoscano l’arte del “saper tessere il vento” ovvero poter controllare gli eventi atmosferici e per questo credono che la causa della burrasca sia da imputare a loro. Le donne di Vardø raggiungono così un’autosufficienza che è frutto della necessità: si sostituiscono agli uomini e portano avanti le mansioni che un tempo spettavano a loro, vanno addirittura per mare a pesca a bordo dei pescherecci. In questo luogo dimenticato da tutti sembra farsi spazio una parvenza di ritorno alla normalità se non fosse che l’equilibrio è interrotto dall’arrivo in paese del sovrintendente Absalom Cornet, noto fautore dei processi alle streghe, accompagnato dalla moglie Ursa. Vardø è un luogo dove le donne hanno saputo reagire difronte alle avversità, reinventarsi e rendersi utili per la propria comunità; in una società prettamente patriarcale tutto questo è malvisto agli occhi dei poteri forti. Inizia così un periodo buio per Vardø, segnato dal terrore e dall’influenza delle false credenze religiose. La vicenda si articola in maniera sempre più incalzante verso un finale drammatico ai limiti della realtà. Un romanzo storico che narra di pura realtà, di atrocità immotivate frutto dell’ignoranza e della paura del diverso.

[…] Vorrebbe saper scrivere, per mandare una lettera al padre. Gli racconterebbe che Vardø non è per niente bella, è un’isola piena di sospettose donne in lutto, alcune delle quali non vanno nemmeno in chiesa. Che fa freddo nonostante sia estate, e il sole non tramonta mai.

Cosa ne penso?

Si tratta certamente di un romanzo oscuro, non semplice da leggere. La trama è veramente scorrevole, la suspence si mantiene per tutto il romanzo, suscitando nel lettore il desiderio di saperne di più il prima possibile. Il focus del romanzo, pur essendo incentrato sull’intera comunità di donne di Vardø, pone maggiore attenzione su due personaggi: la prima protagonista infatti è Maren Magnusdatter. Maren, come anticipavo sopra, ha perso in mare il marito ed il fratello. È in preda agli incubi da quel giorno e l’immagine di una grande balena puntualmente fa ritorno nei suoi sogni, quasi a voler manifestare un’esperienza che non può essere rimossa e dimenticata. L’altro personaggio è Ursa, la moglie del terribile sovrintendente Cornet: non proviene dalla Norvegia, bensì dalla Scozia e per questo motivo Vardø non è un luogo accogliente per lei, è spaesata in quelle terre gelide dove la gente parla poco e gli sguardi sono taglienti. Due personaggi diversi fra loro che, però, in breve tempo diventano l’uno l’ombra dell’altro. E proprio le due protagoniste sono il punto di forza del romanzo: provengono da due mondi differenti, da due realtà che presentano troppe discontinuità: eppure Ursa in quel suo mondo c’è finita per sbaglio, non le appartiene, è necessario fuggire. Un romanzo che è un’ode alla forza delle donne, una forte e decisa critica alle imposizioni del patriarcato e alle assurdità della superstizione. Il tutto poi è racchiuso in una dettagliatissima cornice storica, minuziosamente descritta sotto molti aspetti: costumi, usanze, riti funebri, vestiario. È un romanzo che consiglio a quanti vogliono avere una visione concreta e imparziale su uno spaccato di storia dimenticato ma allo stesso tempo attuale. Un romanzo nel quale il territorio inospitale si mescola profondamente con le anime dei loro protagonisti; la descrizione della notte polare contrapposta al sole di mezzanotte delle estati artiche è come una metafora della vita: le avversità che si presentano durante il cammino sono molte, il buio è una presenza costante ma la luce è raggiungibile grazie alla tenacia e alla determinazione. Nonostante ciò, si tratta di un romanzo storico, pertanto il finale già scritto non è dei migliori. Vardø. Dopo la tempesta è un romanzo che va letto, tutto d’un fiato, nelle cui pagine è molto facile perdersi; una lettura che dà molto al lettore, ma che altrettanto richiede indietro.

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